ROMA. AMMIRIAMO LO SPLENDORE DELLE STANZE VATICANE DI RAFFAELLO
16 Dicembre 2020

Il Divin Pittore di Urbino conquista Roma con la sua arte inarrivabile lasciando capolavori assoluti come le Stanze Vaticane.
di Fabio Massimo Penna
Si chiamano predestinati. Quando Papa Giulio II, probabilmente su consiglio di Bramante, chiama a unirsi al gruppo di pittori che decorano le stanze vaticane Raffaello Sanzio nessuno immagina cosa sta per accadere. Il dream team voluto dal pontefice formato da Perugino, Sodoma, Peruzzi, Bramantino, Lotto e Johannes Ruysch viene scalzato dal giovane urbinate. Il Papa vede i primi interventi pittorici dell’urbinate, viene colpito dalla qualità della sua mano e decide di affidare a lui solo l’intera decorazione del complesso. Un predestinato, appunto, Raffaello che con la sua grandezza oscura tutti gli altri pittori. La sua presenza a Roma è attestata dal 1509 e nella città eterna il “Divin Pittore” diventa l’artista preferito dal Papa, dal clero e dalla nobiltà romana tanto che la sua morte, avvenuta nel 1520, lascia “questa corte (pontificia) in grandissima et universale mestitia” come sottolinea il collezionista d’arte e letterato Marcantonio Michiel. Tanta ammirazione era decisamente meritata non fosse altro per la straordinaria Scuola di Atene, affresco della Stanza della Segnatura, in cui lo spettacolare brano di architettura inquadrata in prospettiva fa da sfondo a uno stuolo di personaggi dell’antichità tra i quali risaltano i filosofi Platone e Aristotele attorniati da Euclide, Diogene, Socrate, Pitagora, Epicuro e tanti altri. Se la perfetta e potente costruzione tirata in prospettiva lascia senza fiato il riguardante, le figure, divise in gruppi e scanalate in profondità, mostrano una stupefacente galleria di ritratti nei quali i pensatori dell’antichità assumono l’aspetto di artisti contemporanei come Lenardo (Platone), Bramante (Euclide), Michelangelo (Eraclito) mentre lo stesso Raffaello si ritrae nel giovane uomo vicino al Sodoma sulla destra dell’affresco. La struttura architettonica che incornicia l’opera rinvia alle costruzioni romane e ai progetti che il corregionale Bramante realizza per San Pietro. L’idea che ispira l’artista sembra essere quella di rappresentare il tempio della sapienza.
Nella stanza della segnatura si trova anche un altro gioiello raffaellesco: l’affresco con La disputa del sacramento. L’ostia consacrata è il punto nel quale confluiscono le linee prospettiche ed è anche il centro simbolico dell’opera in quanto rappresenta il mistero dell’eucarestia. Nel dipinto convergono due mondi, quello della Chiesa trionfante con i santi e gli apostoli disposti su di una nuvola intorno a Gesù e la Chiesa militante, nella zona inferiore, con teologi, predicatori e letterati immersi in un paesaggio terreno. La misura classica (divina) permette all’artista di organizzare composizioni vaste e complicate in modo armonioso dimostrando un’impeccabile assimilazione della maniera pittorica rinascimentale. In questo vano si può ammirare anche il Parnaso. La composizione mostra Apollo intento a suonare la lira da braccio attorniato dalle Muse e dai poeti antichi e moderni. L’affresco esalta gli ideali di bellezza e classicità ma risente di un timbro declamatorio e retorico estraneo allo stile complessivo delle Stanze.
Altro straordinario affresco è La cacciata di Eliodoro dal tempio (stanza di Eliodoro) segnato dalla vertiginosa fuga prospettica degli archi e delle colonne del grandioso edificio nel quale il profanatore del tempio di Gerusalemme viene travolto da un cavaliere divino. L’opera sottolinea la facoltà della Chiesa di possedere beni terreni in un periodo di complessi rapporti tra il clero e i laici che precede i tragici eventi del sacco di Roma del 1527. Si tratta di un lavoro connotato da movimenti concitati, da azioni vorticose che mostrano il volgersi dell’artista verso una pronunciata drammaticità. La stanza di Eliodoro ospita anche La liberazione di San Pietro dal carcere, episodio che l’artista divide in tre scene (un angelo libera il santo, l’angelo e Pietro escono dalla prigione, le guardie che si erano assopite vengono svegliate violentemente da altri soldati) che vengono tenute insieme dalla luce che squarcia le tenebre notturne.
Sempre nella Stanza di Eliodoro si trova La messa di Bolsena. Si tratta di un’opera che apre al miracolo con la raffigurazione di un evento straordinario avvenuto a Bolsena nel 1263, quando uno scettico sacerdote boemo vide del sangue sgorgare da un’ostia consacrata. L’affresco esalta la devozione che Papa Giulio II tributava al sacramento dell’eucarestia. Anche in questo caso la scena è connotata da un’imponente architettura esemplificata dal coro di legno concavo a forma di emiciclo che occupa la zona centrale del lavoro e che, con la sua mole, occulta il paesaggio sullo sfondo. Di fronte a tale poderosa struttura vi è l’altare con da un lato il sacerdote che esibisce l’ostia dalla quale fuoriesce il sangue e dall’altro il pontefice Giulio II inginocchiato in preghiera.
Nella stanza dell’incendio di Borgo vi è l’omonimo affresco che rinvia a un incendio verificatosi vicino al Vaticano nell’anno 847 miracolosamente domato da Papa Leone IV. Si ritiene che l’opera sia in gran parte dovuta agli interventi degli aiuti del Divin Pittore, soprattutto di Giulio Romano e Giovanni da Udine. Al grande valore scenografico degli edifici (notevole è la serliana dalla quale si affaccia il Pontefice) e della fuga delle colonne corinzie in primo piano corrisponde la movimentata teatralità della scena raffigurata con il richiamo all’Eneide della zona di sinistra con Enea che porta il padre Anchise sulle spalle seguito dal figlio Ascanio e con il disperato affollarsi delle figure in fuga dalle costruzioni in fiamme. A dare compattezza all’insieme è il punto di fuga posto all’altezza dei mosaici della facciata della chiesa in secondo piano.